All’inizio della terza settimana, succedutasi al terremoto, nella tendopoli di Bazzano, sono comparsi sette straordinari personaggi, stracolmi di amicizia, buona volontà, dialettica e capacità professionale. Provenivano, più o meno tutti, dalla costa Toscana, ma in particolare la loro base operativa si collocava all’Ospedale Versilia, di Camaiore, in P.S. Cristina, Daniela, Alessandro, Andrea, Cesare, Luca, Nicola. Infermieri e medici, più che altro donne ed uomini, con una luce meravigliosa negli occhi, che fin dal primo momento hanno messo in chiaro le cose: “fateci fare qualcosa, altrimenti si torna a casa”….”ok, no problem”.
Si sono completati i turni di guardia al P.M.A., tutti impegnati, ma per loro non era affatto sufficiente!!!
Alcuni esaurivano turni di 24 ore, ma poi partivano, con mezzo proprio o prestato (chissà se non trafugato di nascosto) alla volta di cellule disperse e disperate, in quell’oceano di necessità che è stato e talvolta è ancora, l’altopiano aquilano, nei giorni dopo il sisma. Li vedevi rientrare dopo intere giornate, per prendere le consegne nel P.M.A., con lo sguardo luminoso e fermo, di chi si assume le proprie responsabilità professionali, solo dopo avere assolto quelle umane. Solo dopo aver donato vestiti e giocattoli ai bimbi, scarpe alle donne ed agli uomini, dopo aver ascoltato le storie delle vecchine di borghi dimenticati. Dopo aver sollevato dalla solitudine e dall’abbandono estremo, gli ultimi e gli umili, lontani dal plauso e dalle facili emozioni del momento. Erano riposati, tenaci, uniti, sinceri, belli, capaci e tirati a lucido sebbene mancasse loro, come a noi, il buon riposo, il buon cibo, il buon bere, la vita tranquilla e serena che avevano condotto fino a quel momento.
Sono andati via, dopo una settimana, lunga e complicata, portando via l’affetto sincero di una intera comunità, la stima incondizionata degli altri sanitari, il ricordo intenso ed inattaccabile delle persone semplici e cordiali di questa terra agonizzante.
Ma, per loro, la prova non era ancora superata.
Anzi, la notte del 29 giugno, l’Inferno. Macerie anche per loro. Da dover rimuovere non solo dai corpi ma anche dalle menti, degli inermi cittadini di Viareggio. Feriti e morti innocenti, carbonizzati da un treno-killer, abbattutosi sulle speranze ed i sogni, di quanti, come noi, sono colpevoli solo di aver accettato criteri di sicurezza e civiltà rivelatisi privi di certezza e fondamento. È la cosa più dolorosa. Accettare che la morte di innocenti sia procurata da chi dovrebbe preservarla, con norme e garanzie di tutela e salvaguardia, per i cittadini. Conosciamo bene la rabbia che vi offende e la forza della disperazione che vi sostiene, in queste ore. Per questo e per l’esempio di amore e dedizione che ci avete insegnato con il vostro agire, vi siamo vicini. Anche se non basterà. Purtroppo indignarsi e stringersi non è sufficiente. La lista è destinata a crescere e ad alimentare dolore e sofferenza. Il silenzio straziante per le vittime ha attraversato, di nuovo, la nostra “normalità”, come già nel Venerdì Santo, che ha officiato le esequie delle nostre vittime. Immagino la prostrazione, mentre rivivo il sacrificio estremo delle vostre energie, fisiche e mentali, al fine di vedere anche solo un sorriso.
Ci siamo messi in contatto con Cesare, che dice nei primi momenti dopo il disastro: “la sofferenza è una sensazione che brucia e consuma l’anima; quello che la gente ci riporta e ci trasmette, raccontando la tragedia è spaventoso; tutto questo è un peso duro da portare; le persone sono davvero al fondo della loro tristezza;….continua il giorno successivo: “la vita continua e scorre ricca di emozioni di ogni tipo; si accostano profondo dolore e piccole gioie per aver aiutato qualcuno….nel momento di estrema disumanità, l’animo umano reagisce e mostra la parte migliore di se. Ognuno di noi cerca di esprimere ciò che normalmente non riesce a fare, ciò che a se stesso non chiede, che non riesce a tirar fuori”…..infine: ”il nostro animo era già stato messo di fronte al dramma, conoscendo voi ed il vostro dolore….la deriva in quel mare di difficoltà e disperazione non era ancora stata recuperata, che è stata di nuovo sospinta dal vento di fuoco della notte viareggina. Ci si sente distrutti, immersi in un dolore così enorme. Inarginabile. Ma ciò che si sopporta ancora meno è il peso della cattiveria. Di una simile cattiva coscienza. Questo non si sopporta”….il giorno dei funerali: ”siamo davvero a pezzi”…..Nei giorni a seguire, al di là della stanchezza e della indignazione, si cerca una ragione per andare avanti e dice: “È tornata di nuovo la grande voglia di stare vicino alla gente, che necessità di aiuto e parole di vicinanza. La vita è una per tutti e dobbiamo aiutarci a vicenda per viverla nel migliore dei modi. Voglio fare di tutto per ridurre la sofferenza e la tristezza delle persone. Persone come noi non perderanno mai battaglie e guerre del genere. Nessuno può e deve toglierci la gioia per la vita”….In queste parole c’è tutto quello che ognuno di noi ha provato e prova, quotidianamente, confrontandosi con la strana realtà che avvolge come un velo di Maya, da tre mesi in qua, le nostre vite. Identica la difficoltà ad accettare la sorte e poi reagire ad essa. Identica la necessità e la voglia di esserci e di ricominciare.
Cristiana G.
Tutto può accadere
da Orazio, Odi, I, 34
Tutto può accadere. Sapete bene come Giove
di solito lascia che le nuvole si ammassino
prima di scagliare il fulmine? Ecco, un momento fa
ha scaraventato il carro e i cavalli del tuono
a ciel sereno. Così ha sconvolto la terra
fin nelle sue viscere ingorgate, lo Stige e i fiumi
serpeggianti, addirittura l’Atlantico.
Tutto può accadere, le torri piu alte
crollare, i potenti fallire, ignoti
emergere. La Fortuna col becco di rasoio
scende in picchiata mentre l’aria stride, a questo
strappa
la corona, su quello la depone sanguinante.
La terra sprofonda. Il fardello dei cieli si solleva
su Atlante come il coperchio di una pentola.
La chiave di volta vacilla, nulla torna come prima.
Ceneri terrestri e spore di fuoco si innalzano
vorticando.