29-aprile-2009- Questa giornata è iniziata molto presto per le mie consuete abitudini… di studente… (ore 06.00)… eh già… bisogna laurearsi!!!.. si percepisce fin da quest’ora che ci sarà un caldo eccessivo, per il vestito buono, quello da cerimonia!!!… sinceramente inappropriato per il luogo dove viviamo ora; in effetti, anch’io mi sento inappropriato come l’abito che indosserò… ho sempre pensato al giorno della laurea come un momento di gioia, di piena realizzazione, il compimento del percorso… invece lo sto vivendo come un problema, aggiuntosi alla situazione di per sé difficile che stiamo affrontando, singolarmente e collettivamente.
Come previsto, la giornata è torrida e la primavera si mostra in tutta la sua magnificenza, con i suoi colori nuovi e la natura a fare il suo ciclo, a risvegliarsi sbadigliando, ignara della sua forza distruttrice… e riproduttrice… anche questo mi sembra inappropriato… il sole splende ma le facce sono buie… raggiungo l’auto tra l’erba alta del giardino di casa mia, ferita dal sisma, dentro le scarpe di pelle lucida, usate l’ultima volta al matrimonio di un cugino… a fianco a me, mia sorella, unica rappresentante della famiglia, in questa giornata particolare, mentre gli altri aspettano notizie, trepidanti, da lontano… dall’altra parte dello Stivale… nel “pellegrinaggio” forzato che hanno affrontato per ritrovare una minima tranquillità.
Nel tragitto verso la facoltà i pensieri su cosa mi aspetta si affollano confusi e contrastanti… mi sono ritrovato a studiare ed a preparare la discussione della tesi nella tenda, dove sono domiciliato, le due tre notti precedenti il “grande giorno”… perché ormai ciò che occupa costantemente la quotidianità di qualsiasi studente aquilano non è più la sua vita universitaria ma la sua vita da terremotato… sarei stato sufficientemente preparato per affrontare un’aula universitaria??? Lo stress aumenta!!!
Lungo la strada le tracce del disastro sono evidenti, case e strade rotte od interrotte, vigili, ponteggi e segnali di pericolo, hanno sostituito la normale segnaletica ed il routinario via vai di una qualsiasi città, in un qualsiasi giorno, di fine aprile… la camicia glicine, di sartoria, mi appare sempre più inappropriata…
Arrivati in facoltà mi tranquillizzo, la mia tenuta finalmente si confonde in mezzo alle altre, non sono più un pinguino nel deserto… sono in un branco di pinguini… uno dei tanti… ah mi sento sollevato!!… la prima cosa che mi salta agli occhi è che la struttura universitaria che per tre anni, lunghi e pieni di tante emozioni e di nuove amicizie, non ha danni profondi, la struttura è solida, come le nozioni e la sapienza di cui si fa portatrice, da più di un secolo.
Nel cortile antistante l’ingresso, tuttavia, troneggia un enorme tendone giallo: ecco questa è l’aula magna!!!!
“Tutti dentro, avanti! su!!!” la voce del presidente di commissione e dei suoi assistenti risuona chiara e forte esortandoci ad entrare… sì… ci saremmo laureati in tenda!
All’improvviso realizzai che quello studio, sbocconcellato e sofferto, alla luce della torcia, mentre gli altri dormivano, era stato l’unico possibile e finalmente mi sembra, ora, appropriato. Saluto con un bacino mia sorella prima di entrare.
La differenza di luminosità confonde le cose e le persone, così tutti i “pinguini” di primo acchito mi sembrano sconosciuti… ma è solo un’impressione fugace… le facce si delineano presto e l’incertezza lascia il posto alla gioia di riabbracciare gli amici. Quelli con cui si condividono ansie, aspettative, gioie e spensierate ore di “cazzeggio”…questa sensazione di familiarità cancella di colpo le ansie e le preoccupazioni del pre… mentre ci abbracciamo il pensiero corre a chi non c’è… a chi non c’è più…
L’atmosfera è un misto di gaiezza e malinconia. Nessuno pensa più all’esame da sostenere, tutti ci si stringe e ci si chiede notizie di sé, degli amici, delle famiglie.
Jenny. Si Jenny non ce l’ha fatta. La macerie di quella maledetta casa dello studente l’hanno mangiata. È come un sole che tramonta per non sorgere mai più. I nostri sguardi sono smarriti e cercano spiegazioni negli occhi degli amici fraterni, ma trovano solo gli stessi dubbi… le stesse paure.
“Tutti seduti, avanti ragazzi, su andatevi a sedere che si comincia”… sempre la voce del presidente, questa volta scortato dai commissari ministeriali. Ognuno di noi si siede vicino all’amico più caro e tutti alleggeriamo la tensione, cresciuta nuovamente, con battutine e scherzetti “innocenti”.
Così iniziamo la prova scritta, seguita dalla prova orale, cioè la discussione definitiva della tesi, dinanzi alla commissione esaminatrice. Il caldo nella tenda diviene a tratti insopportabile, ma l’esame fila liscio e tutti sono, o sembrano, soddisfatti del risultato finale. Complessivamente trascorrono due o tre ore al massimo ed alla fine giunge il momento della commozione. Delle lacrime. Ci siamo spontaneamente stretti uno all’altro. Un abbraccio generale, il momento della proclamazione è preceduto da un doloroso, profondo, eterno minuto di silenzio, in onore dei nostri colleghi, amici e fratelli scomparsi il sei aprile duemilanove, alle tre e trenta circa.
Ci lasciamo con la promessa di non perderci di vista, quelle promesse difficili da mantenere… però tutti siamo estremamente convinti che in una città profondamente colpita, come questa, le persone e le azioni possono e devono andare avanti… noi ne diamo testimonianza… non foss’altro lo dobbiamo a questi nostri amici che non ci sono più. Quasi fosse un’eredità difficile, che ciascuno di noi ha ricevuto e dalla quale nessuno può fuggire.
Ora, qualche volta, qualcuno, mi chiama Dottore… io non capisco se mi prendono in giro o se ancora lo fanno per rendermi “onore”… ma la mia risposta è sempre la stessa… le cose importanti non sono i titoli scritti sulla carta, ma ciò che ciascuno vive, professionalmente ed umanamente, nel rispetto degli insegnamenti di chi ci ha educato, fatto uomini ed accompagnato anche solo per una parte piccola del cammino.
Ciao piccola Jenny.
Guerrino G.
Volontario V.A.DO.