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Cari Alessandra ed Umberto, sabato sarà il vostro giorno speciale, unico ed irripetibile. Ma non sarà speciale solo per voi, lo sarà anche per tutte le persone sofferenti, che con il vostro generoso gesto avete sostenuto. A loro avete teso una mano, in un difficile momento dell’esistenza, che spesso rimane oscuro ed incomprensibile, difficile da accettare, ma profondo quanto quello che voi stessi state per compiere. Profondo come una promessa reciproca, come due mani che si congiungono, come l’unisono dei propri intenti e dei propri obiettivi, come una famiglia che nasce, come il non sentirsi più soli davanti al dolore. Davanti alle difficoltà, alle asperità, al mistero dell’esistenza. Una esperienza che segna una tappa importante della vita, per voi come per noi, che acquista un particolare significato di unione e condivisione, in questo momento. Il vostro dare può restituire una speranza a chi l’ha persa. Avete donato un po’ di allegria, di festa, di magia anche a noi volontari. Ci avete trasmesso una bella e positiva voglia di fare, di impegnarci ancora di più per poterVi dimostrare che la scelta che avete fatto sarà ricambiata con il bene che volevate compiere. Ci sentiremo tutti vicini a Voi, alle vostre famiglie felici, perché Voi stessi, ci avete chiamato ad assistere alla vita che dona la vita, all’incredibile gratificazione del dare disinteressatamente, fine a se stesso, che, solo, appaga l’animo umano. Siamo tutti eccitati nel sapere di avere dei cari amici che, in una nuvola bianca, suggelleranno la loro unione, in un clima di serenità, musica, festeggiamenti e frenetici preparativi, ma anche con uno sguardo di generosità e sensibilità rivolto a chi non ha più granché. Tutto ci parla della autenticità dei vostri cuori, speriamo e proviamo ad esserne all’altezza, promettendoVi di continuare ad operare, in nome e per conto dell’altruismo e del dare. Questo Voi ci avete insegnato e questo, anche grazie alla Vostra preziosa bomboniera, sarà possibile portare avanti. Il nostro ringraziamento si accompagni agli auguri più cari di un migliaio di anni felici ricchi di un amore sereno e puro, di un “si” che porti la realizzazione dei vostri desideri e delle vostre aspettative.

I volontari V.A.DO.

Sposo beato, le nozze dei tuoi sogni
sono compiute. È tua
la fanciulla che ami.
O sposa, tu sei
tutta grazia: i tuoi occhi
son dolci, il bel viso
è tutto amore…
O sposo,
felice sposo,
noi fanciulle canteremo
questa notte,
il tuo amore e la tua sposa
profumata di viola,
canteremo questa notte”…

Saffo

Durante il periodo ottocentesco si sono realizzate importanti rivoluzioni nel campo dell’alimentazione, in particolare, fu molto importante “la conquista del freddo”, ovvero l’invenzione della macchina frigorifera, avvenuta e brevettata nel 1851, dall’americano John Gorrie e successivamente perfezionata dal tedesco Windhausen, dall’ inglese Reece e dal francese Tellier. A quest’ ultimo si deve anche la messa in opera del primo impianto frigorifero su un piroscafo, le frigorifique, che nel 1876 trasportò in Francia un carico di carne precedentemente macellata in Argentina, dopo un viaggio di 105 giorni. Il nostro viaggio, invece, dura ormai da 90 lunghi giorni e trasporta sogni e speranze, ma, finora, era stato privo di frigorifero….e siamo nel 2009. Poi, tre giorni fa, finalmente, in un pomeriggio qualsiasi, è arrivato!!! O meglio lo abbiamo comperato, trasportato, tolto dall’imballatura, sollevato e posizionato nel container full optional donato da Teva a V.A.DO. Il tutto è stato ottenuto a mezzo della muscolarità dei volontari (come si vede dalle foto) e grazie ai fondi donati dai sostenitori dell’associazione, il che rappresenta l’ennesima dimostrazione che le piccole cose sostengono più grandi progetti. Ci era assolutamente necessario per conservare diverse confezioni di farmaco da utilizzare per un trial clinico, rivolto alla sperimentazione di Fase III, su pazienti oncologici, che senza di questo, ormai antico, quanto indispensabile elettrodomestico, non sarebbe più stato possibile portare avanti. Si sarebbe dovuto cedere lo studio ad una sede periferica convenzionata e sarebbe venuto meno l’ennesimo impegno di ricerca e di aiuto per questa, spesso dimenticata ed ora ancor più penalizzata, categoria di pazienti presenti sul nostro territorio.

Ma c’è un’altra news….in questi giorni, in cui una interminabile fila di deboli e simboliche fiammelle cerca di illuminare quel che rimane della speranza e della voglia di vivere degli aquilani, anche per noi si è accesa una nuova lucina di fiducia e di fattiva collaborazione. È arrivato Emrah!!! Uno studente turco, in progetto Erasmus, ormai nostro collega a tutti gli effetti e splendida persona, che con i suoi occhi vivaci e la sua coraggiosa presenza, ha portato con sé una testimonianza di sincera amicizia e di operoso sostegno. Il suo arrivo ha coinvolto tutti, ha innescato un domino di azioni e di reazioni, che hanno rinnovato la nostra voglia di continuità e non di interruzione, di dialogo e non di chiusura, di arrivo e non di partenza, di costruttività e non di abbandono, di rinascita e non di perdita. Anche lui è stato tra i sorridenti attivisti della “conquista del freddo 2009”, anche perché a lui il frigorifero sarà indispensabile per la sopravvivenza. Infatti, Emrah viene ospitato nell’ambulatorio-container, che come già precisato precedentemente nel blog, assolve all’occorrenza, anche alla funzione abitativa dei volontari. A maggior ragione, ora, tutto questo assume un particolare significato di sussistenza, in questo clima di blindata e tesa tranquillità, che da qualche giorno si respira nella nostra realtà ospedaliera e cittadina.

A rifletterci, per identificare l’ospite e lo straniero, attualmente, usiamo due parole differenti, che indicano il grado più o meno alto di una civiltà. Nella culla della civiltà Occidentale, sulla cima dell’Olimpo (c’è una magica città – nota di chi pubblica il post), a Zeus, che era un dio ospitale, erano cari gli stranieri. Lo xénos, in quella lingua nobile e archetipica, è rigorosamente distinto dal termine che indica il nemico, ekthros (da cui il nostro ‘extra’). Al contrario, lo straniero è indicato con lo stesso termine, xénos, che serve ad indicare l’ospite. Ekthros è il nemico che non è necessariamente straniero; può essere anche il vicino di casa. Questo è stato chiaro anche nelle vicende degli ultimi tre mesi in Abruzzo. L’ospitalità, invece, è sacra; anche quando presenta qualche sacrificio. Dunque, dicevamo: Straniero, Ospitalità, Condivisione. Le tre parti in cui divideremo i ripiani del nostro frigorifero. La civiltà che tratta lo straniero con ospitalità è da noi considerata più evoluta di quella che tratta lo straniero con ostilità. Purtroppo, in questo Mondo, non è sempre così. Per tali ragioni, oggi, Emrah assume un significato di esempio e solidarietà.

Insomma, due novità eccellenti, non paragonabili nella sostanza, ovviamente, ma tra loro collegate da un vincolo di fratellanza e partecipazione, indispensabili a tenere alto il morale della truppa ed a dimostrare che il terremoto deve diventare anche export di immagine positiva di questa terra martoriata.

Grazie Emrah, per essere qui con noi. Buona permanenza da parte di tutti i volontari V.A.DO.

Cristiana G.

Sono tornata nella mia tendopoli dopo due giorni di lontananza, due giorni di vita nel mondo “normale” e l’impatto è stato micidiale. Dopo quasi due mesi, ormai, pensi che il peggio sia passato, che sia ora di tornare a credere nel domani, credi che sia possibile farlo.

E invece no. Le macerie di quella che era Via dei Martiri mi accolgono e a vederle mi si spacca l’anima. Ventotto anni di ricordi sono tutti nella mia mente e nel mio cuore. Il mio paese distrutto ormai lo conoscono tutti, ma Onna come era prima la conosciamo solo noi che ci abbiamo vissuto.

Le stradine assolate nelle mattine d’estate; darsi appuntamento la sera al Pinnerone; guardare le stelle sdraiati sulla panchina del giardino dov’è il monumento ai Martiri parlando con gli amici di cose serie e cose meno serie; organizzare e gestire le tre giornate di Piazza Grande, quando la piazza si riempie di tavolini bianchi da lavare, pulire, spostare 300 volte e poi di gente che viene a mangiare la famosa pasta e fagioli; la festa della Madonna a maggio quando da bambina potevo chiedere a mio nonno un regalo da comprare alla bancarella con i giochi; il rumore della fontana in piazza che ascoltavo affacciandomi dall’alto del balcone di casa di nonna, di notte quando il paese è deserto e c’è nell’aria umida l’odore dell’erba appena falciata nei campi; passeggiare nelle strade buie che vanno verso la campagna illuminate solo dalle lucciole, uscire a piedi mentre nevica a Natale per andare a giocare a carte presso l’ex scuola elementare e non aver paura di tornare a casa da sola a notte tarda, tanto sono a Onna, al sicuro; tornare dal lavoro e decidere di uscire perché non ho voglia di stare sola e incontrare il primo che capita e fermarsi a parlare di tutto; suonare al campanello di casa di quell’amico perché non vale la pena telefonarsi… potrei continuare all’infinito.

Quando entro nella zona rossa mi sembra di essere di fronte alla scenografia di un film, come se le macerie delle case fossero solo pannelli di cartone sorretti da dietro con un palo: allora chiudo gli occhi e ricostruisco con le immagini dei ricordi quello che il terremoto ha distrutto.

La cosa che più mi fa soffrire è che i miei figli non potranno conoscere Onna com’era davvero.

Il dolore per la perdita del mio paese bello si aggiunge a quello enorme per la perdita delle persone care, le mie nonne, i miei amici tra i più amati e tutti gli altri, e il dolore di essere stata lì a vederli estrarre dalle macerie, nel buio di quella notte infinita, con l’odore di polvere, metano e paura nelle narici, pietra dopo pietra.

In questi due mesi ci sono stati anche dei bei momenti, ho conosciuto persone generose che mi hanno dato la forza e il coraggio per andare avanti giorno dopo giorno: volontari della protezione civile, medici, infermieri e soccorritori, vigili del fuoco.

Ho imparato che nonostante tutto si può e si deve andare avanti, anche quando si vorrebbe abbandonare tutto e tutti, bisogna farlo per le persone che non ci sono più (alcune delle quali amavano Onna come l’amavo io), per quelle che sono sopravvissute e anche per me stessa e pazienza se Onna com’era prima, il paese dei miei trisavoli, bisnonni, nonni e genitori, non sarà mai più.

Ho imparato anche a dire “ti voglio bene” alle persone che amo, rispetto e ammiro, perché, sarà pure una banalità, ma quando tutto il resto finisce l’amore è l’unica cosa che rimane.

Roberta P.
Volontaria V.A.DO.

Le foto post-terremoto sono state scattate da Roberta l’8 maggio 2009, le altre fanno parte del suo album personale

luttoAscoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle
questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d’essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa tortura
senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
“Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Sì?!”
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?

Vladimir Majakovskij


I volontari V.A.DO. si stringono nell’abbraccio ad Alessandra e alla sua famiglia

Container

Il container VADO dell'ospedale San Salvatore a L'Aquila, offerto da TEVA

Il container V.A.DO. dell'ospedale San Salvatore a L'Aquila, offerto da Teva

Gli aquilani sono un popolo fiero e dignitoso, qualche volta chiuso e difficile. Soprattutto testardo, nel bene e nel male. Cercano di perseguire gli obiettivi strenuamente ed ostinatamente, ma qualche volta l’orgoglio è il loro peggior nemico. L’evoluzione, tuttavia, ha donato loro quel minimo di intelligenza e di apertura necessarie a capire che nella difficoltà, chiedere aiuto e, soprattutto, accettarlo da chi lo offre, non è un segnale di debolezza e di disonore, ma di collaborazione e di partecipazione, indispensabili a poter andare avanti. Così, grazie alla caparbietà si sta ricostruendo una rete assistenziale per i pazienti con dolore, ma solo grazie ai container, provenienti da donazioni, essa si può gestire, estendere e migliorare, ogni giorno.

I container si impiegano per fine clinico-assistenziale, gestionale-associativo, abitativo, non ultimo come osservatorio epidemiologico-scientifico. In altre parole, sono necessari per la sopravvivenza di medici e pazienti. Sopravvivenza, non intesa come mera sequenza di ordinate funzioni biologiche, ma come quotidiane visite algologiche, di nuovi pazienti o controlli di quelli precedenti, oppure contatto continuo e capillare con gli assistiti, vecchi e nuovi, al fine di monitorare le diverse condizioni, dolorose e personali.

Questa è la prima chance che offrono i container ai medici specialisti ed in formazione specialistica, imparare dai propri pazienti a riconoscere ed a trattare le sindromi dolorose. Accogliere le persone in un luogo fresco, asciutto e pulito, rispettoso della loro dignità e della serietà del lavoro di medici ed infermieri. Seguire le terapie, modificarle ed individualizzarle alla luce della migliore pratica clinica e della migliore scuola di specializzazione del mondo, l’Esperienza.

La seconda grande opportunità che queste “strutture abitative temporanee” offrono, è la possibilità di trovarsi, con cadenza regolare, settimanale, per il consueto incontro dei volontari V.A.DO. Ci si confronta sull’attività medica dedicata ai pazienti, sulle necessità dell’associazione in termini di gestione, delle attività e delle risorse, ma anche sulle nuove idee da raccogliere e sostenere, per poter fattivamente collaborare e crescere. Insieme. Da queste riunioni, oltre la discussione dei casi clinici, anche l’impegno a recuperare le attrezzature informatiche. Computer, stampante, scanner, fotocopiatrice, fax. Sistemare e collegare il tutto, all’interno dei moduli VADO, riattivare la via internautica per recuperare dati epidemiologici, archivi, statistiche e cartelle condivise in rete. Un lavoro muscolare, estenuante e noioso, eseguito fisicamente dai medici (ricercatori e specializzandi) e dalla valida infermiera, coadiuvati dai volontari della protezione civile, al fine di poter aggiornare e continuare l’osservazione e lo studio del fenomeno dolore dal punto di vista scientifico, sia prospettico che osservazionale. Utile ausilio a non perdere l’occasione di incuriosirsi ed innamorarsi, ogni giorno, della attività che si svolge, trasformando il lavoro in passione per la medicina, tutta, intesa, anche, come attitudine al miglioramento ed alla ricerca.

Il container V.A.DO. a Paganica

Il container V.A.DO. a Paganica

Infine, il più banale e, forse difficile da ammettere, fine umano, quello abitativo, ricreativo. Avere un punto di incontro e di riferimento. In uno dei container c’è perfino un bagno con una doccia, davvero un lusso di questi tempi. Chi ci ha donato i container ci ha donato un po’ di serenità, professionale ed umana. Chi è stato generoso merita in cambio non solo il nostro grazie, ma soprattutto il nostro impegno, continuo e duraturo. L’impegno è accanto a chi soffre, tenendo fede ai principi di umiltà e collaborazione, che, qualche giorno fa, hanno animato la riunione definitiva che sanciva lo statuto di V.A.DO. Ora tutto questo è reso più semplice da una struttura tangibile, stabile, che accoglie le persone e le attività. Anche più difficile, però, il compito, dal momento che ci assumiamo la responsabilità e l’onere di portare avanti l’assistenza domiciliare ai pazienti con dolore, al di là di tutto e di tutti. L’orgoglio l’abbiamo messo da parte, ma la testardaggine no.

Cristiana

Inappropriati…

Laurea Guerrino

29-aprile-2009- Questa giornata è iniziata molto presto per le mie consuete abitudini… di studente… (ore 06.00)… eh già… bisogna laurearsi!!!.. si percepisce fin da quest’ora che ci sarà un caldo eccessivo, per il vestito buono, quello da cerimonia!!!… sinceramente inappropriato per il luogo dove viviamo ora; in effetti, anch’io mi sento inappropriato come l’abito che indosserò… ho sempre pensato al giorno della laurea come un momento di gioia, di piena realizzazione, il compimento del percorso… invece lo sto vivendo come un problema, aggiuntosi alla situazione di per sé difficile che stiamo affrontando, singolarmente e collettivamente.

Come previsto, la giornata è torrida e la primavera si mostra in tutta la sua magnificenza, con i suoi colori nuovi e la natura a fare il suo ciclo, a risvegliarsi sbadigliando, ignara della sua forza distruttrice… e riproduttrice… anche questo mi sembra inappropriato… il sole splende ma le facce sono buie… raggiungo l’auto tra l’erba alta del giardino di casa mia, ferita dal sisma, dentro le scarpe di pelle lucida, usate l’ultima volta al matrimonio di un cugino… a fianco a me, mia sorella, unica rappresentante della famiglia, in questa giornata particolare, mentre gli altri aspettano notizie, trepidanti, da lontano… dall’altra parte dello Stivale… nel “pellegrinaggio” forzato che hanno affrontato per ritrovare una minima tranquillità.

Nel tragitto verso la facoltà i pensieri su cosa mi aspetta si affollano confusi e contrastanti… mi sono ritrovato a studiare ed a preparare la discussione della tesi nella tenda, dove sono domiciliato, le due tre notti precedenti il “grande giorno”… perché ormai ciò che occupa costantemente la quotidianità di qualsiasi studente aquilano non è più la sua vita universitaria ma la sua vita da terremotato… sarei stato sufficientemente preparato per affrontare un’aula universitaria??? Lo stress aumenta!!!

Lungo la strada le tracce del disastro sono evidenti, case e strade rotte od interrotte, vigili, ponteggi e segnali di pericolo, hanno sostituito la normale segnaletica ed il routinario via vai di una qualsiasi città, in un qualsiasi giorno, di fine aprile… la camicia glicine, di sartoria, mi appare sempre più inappropriata…

Arrivati in facoltà mi tranquillizzo, la mia tenuta finalmente si confonde in mezzo alle altre, non sono più un pinguino nel deserto… sono in un branco di pinguini… uno dei tanti… ah mi sento sollevato!!… la prima cosa che mi salta agli occhi è che la struttura universitaria che per tre anni, lunghi e pieni di tante emozioni e di nuove amicizie, non ha danni profondi, la struttura è solida, come le nozioni e la sapienza di cui si fa portatrice, da più di un secolo.

Nel cortile antistante l’ingresso, tuttavia, troneggia un enorme tendone giallo: ecco questa è l’aula magna!!!!

“Tutti dentro, avanti! su!!!” la voce del presidente di commissione e dei suoi assistenti risuona chiara e forte esortandoci ad entrare… sì… ci saremmo laureati in tenda!

All’improvviso realizzai che quello studio, sbocconcellato e sofferto, alla luce della torcia, mentre gli altri dormivano, era stato l’unico possibile e finalmente mi sembra, ora, appropriato. Saluto con un bacino mia sorella prima di entrare.

La differenza di luminosità confonde le cose e le persone, così tutti i “pinguini” di primo acchito mi sembrano sconosciuti… ma è solo un’impressione fugace… le facce si delineano presto e l’incertezza lascia il posto alla gioia di riabbracciare gli amici. Quelli con cui si condividono ansie, aspettative, gioie e spensierate ore di “cazzeggio”…questa sensazione di familiarità cancella di colpo le ansie e le preoccupazioni del pre… mentre ci abbracciamo il pensiero corre a chi non c’è… a chi non c’è più…

L’atmosfera è un misto di gaiezza e malinconia. Nessuno pensa più all’esame da sostenere, tutti ci si stringe e ci si chiede notizie di sé, degli amici, delle famiglie.

Jenny. Si Jenny non ce l’ha fatta. La macerie di quella maledetta casa dello studente l’hanno mangiata. È come un sole che tramonta per non sorgere mai più. I nostri sguardi sono smarriti e cercano spiegazioni negli occhi degli amici fraterni, ma trovano solo gli stessi dubbi… le stesse paure.

“Tutti seduti, avanti ragazzi, su andatevi a sedere che si comincia”… sempre la voce del presidente, questa volta scortato dai commissari ministeriali. Ognuno di noi si siede vicino all’amico più caro e tutti alleggeriamo la tensione, cresciuta nuovamente, con battutine e scherzetti “innocenti”.

Così iniziamo la prova scritta, seguita dalla prova orale, cioè la discussione definitiva della tesi, dinanzi alla commissione esaminatrice. Il caldo nella tenda diviene a tratti insopportabile, ma l’esame fila liscio e tutti sono, o sembrano, soddisfatti del risultato finale. Complessivamente trascorrono due o tre ore al massimo ed alla fine giunge il momento della commozione. Delle lacrime. Ci siamo spontaneamente stretti uno all’altro. Un abbraccio generale, il momento della proclamazione è preceduto da un doloroso, profondo, eterno minuto di silenzio, in onore dei nostri colleghi, amici e fratelli scomparsi il sei aprile duemilanove, alle tre e trenta circa.

Ci lasciamo con la promessa di non perderci di vista, quelle promesse difficili da mantenere… però tutti siamo estremamente convinti che in una città profondamente colpita, come questa, le persone e le azioni possono e devono andare avanti… noi ne diamo testimonianza… non foss’altro lo dobbiamo a questi nostri amici che non ci sono più. Quasi fosse un’eredità difficile, che ciascuno di noi ha ricevuto e dalla quale nessuno può fuggire.

Ora, qualche volta, qualcuno, mi chiama Dottore… io non capisco se mi prendono in giro o se ancora lo fanno per rendermi “onore”… ma la mia risposta è sempre la stessa… le cose importanti non sono i titoli scritti sulla carta, ma ciò che ciascuno vive, professionalmente ed umanamente, nel rispetto degli insegnamenti di chi ci ha educato, fatto uomini ed accompagnato anche solo per una parte piccola del cammino.

Ciao piccola Jenny.

Guerrino G.
Volontario V.A.DO.

Da sinistra: Stefania, Roberta, Chiara, Emiliano, Laura (in piedi), Cristina (medici volontari V.A.DO.), Franco (socio fondatore), Alba Piroli (socio fondatore), Prof. Giustino Varrassi (vice presidente V.A.DO.), Antonella Paladini (socio fondatore), notaio Benedetti

Da sinistra: Stefania (medico volontario V.A.DO.), Roberta (medico volontario V.A.DO.), Chiara (medico volontario V.A.DO.), Emiliano (medico volontario V.A.DO.), Laura (in piedi, medico volontario V.A.DO.), Cristina (medico volontario V.A.DO.), Dr. Franco Marinangeli (socio fondatore), Dr.ssa Alba Piroli (socio fondatore), Prof. Giustino Varrassi (vice presidente V.A.DO.), Dr.ssa Antonella Paladini (socio fondatore), notaio Dr. Benedetti

Ieri era una giornata come tante, una giornata in cui il sole fa capolino e l’aria fresca accarezza la pelle, con un’atmosfera come poche, in cui molto è ancora surreale. Immaginate di fissare un incontro con un notaio per sbrigare pratiche legali. Noi, volontari V.A.DO., ci siamo presentati ieri a quell’appuntamento, per modificare lo statuto dell’associazione. L’appuntamento non era nel suo studio ormai ridotto in macerie, ci siamo incontrati al Bar dello Sport di via Strinella. Sembrava un semplice ritrovo al bar, tra amici, conoscenti, colleghi, come si faceva prima del terremoto. Ma non era come prima. Fino a poco tempo fa non avremmo mai pensato che il nostro statuto sarebbe stato modificato ed approvato in assemblea in un bar, il cui patio, ieri, era adibito a studio notarile.

Siamo arrivati. Ci siamo contati. Abbastanza per poter modificare lo statuto, operazione numero legale superata. Statuto modificato. Ora potremo diventare una Onlus, potremo intraprendere nuove iniziative, anche nell’ambito dell’emergenza. Foto. Non poteva mancare una testimonianza visiva di questa giornata di sole, surreale… importante. Una calorosa stretta di mano e tutti a casa. Domani è già qui.

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